E invece

Credevi…e invece!


Buon sangue non mente

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L’amaca

“Gli intellettuali di sinistra sono ciechi che preferiscono, poichè abituati al servaggio, cambiare padrone piuttosto che assumersi il peso della libertà”. E’ solo uno dei giudizi (generici, violenti e soprattutto senza il beneficio di un solo nome, di un solo esempio) espressi da Sandro Bondi in una incredibile lettera aperta al Corriere. Lo scritto passerebbe quasi inosservato – alla stregua di una purtroppo ordinaria polemica di bassa lega – non fosse che l’autore, come recita la qualifica pubblicata in calce, è “ministro per i Beni e arrività culturali” della nostra Repubblica. Ci si domanda in quale Paese libero, e in quale occasione, un ministro della Cultura si sia espresso in modo così incredibilmente becero e fazioso.
Il bello è che Bondi, nel fluire forsennato di giudizi carichi di odio per “una storiografia cinquantennale fondata su falsità e reticenze”, “architetti della sinistra che hanno costruito orribili edifici al soldo degli speculatori”, “registi di film inconsistenti”, “scrittori di pessimi libri”, tutti ovviamente di sinistra, rivendica per sè e per il suo governo “posizioni liberali e di buon senso”, e la volontà di “liberare la cultura dai condizionamenti del potere”.
Ministro, da intellettuale a intellettuale: ma ci prende per il culo?

Michele Serra
da La Repubblica, 17/09/2009

Facebook exodus

“If I am going to waste my time on the Internet,” she concluded, “it will be playing in online backgammon tournaments.”

The NY Times – Facebook exodus

Adieu!

Ci eravamo quasi dimenticati di questa nostra esilarante rubrica lasciando che il movimento di rivolta che cresce dal basso cadesse inevitabilmente nell’oblìo dell’immenso calderone che è internet?
No.

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Tuailait

IL.LINK.DEFINITIVO.

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I <3 c8

Modestamente, già da qualche anno ho fondato il Gras (Gruppo resistenza anti sushi). E’ una battaglia persa, ormai quei tristi ikebana fioriscono in tutti i supermercati e non c’è pizzeria che non proponga la tartare di tonno, ma in certi casi è giusto schierarsi. Non contro il sushi in sè, nè contro i giapponesi, che hanno un sacco di spiegazioni filosofico-religiose sul perchè e percome del gradimento, ma che c’entriamo noi? In Italia i fiori del mare si sono mangiati da sempre cotti, o almeno marinati, tranne che in una fascia adriatica, molto robusta tra Bari e Lecce. Lì è una tradizione, bene. In tutto il resto del Paese è una moda, partita non a caso da Milano, la capitale della moda e dei modaioli (stilisti, modelle o fruitori non ha importanza) che vedono un piatto di maccheroni o un ossobuco come il Male assoluto. Dovreste sentirli quando pigolano davanti a un trancio di tonno come tonna l’ha fatto (giusto l’aggiunta di un giaciglio di rucola, sparita dalla finestra dei gamberetti per rientrare dalla porta): “Come si sente il mare”.
Lo dicono anche per le ostriche. La prima della mia vita, e anche l’ultima, è stata a St. Malo nel ‘67. Il mare che sentivo era alga marcia e olio di macchina, cose non piacevoli e complicate dal fatto di ingoiare viva quella bestiola molle. Non l’ho sputata per educazione, avevo la sensazione che mi camminasse su e giù per lo stomaco e che si sarebbe vendicata. Una volta in albergo, finalmente, due dita in gola e la natura fa il suo corso. Dettagli sgradevoli, ma è per chiarire. Non mangio nè carne nè pesce crudo, continuo a pensare che l’anonimo scopritore del fuoco sia un benefattore dell’umanità. Cuoco e fuoco suonano quasi uguali e cucinare ha la radice di cuocere. Poco, tanto, così così, un po’ meno, si può discutere. Ma è ben buffo che una tribù all’avanguardia (coi cellulari, le auto, gli orologi) preferisca l’acucina alla cucina. Acucina, neologismo che regalo ai crudisti, sta per non cucina. Si sfiletta il pesce e si depone nel piatto.
Vorrei stare nel campo del gusto, senza fare del terrorismo. Però informatevi sull’anisakis, parassita pericoloso (mortale, in certi casi) per l’uomo che infesta molte varietà di pesce (tonno compreso) e riflettete sul fatto che i nostri mari non sono proprio quelli degli atolli polinesiani (dove peraltro gli indigeni il pesce non lo mangiano crudo) ma hanno un tasso altissimo d’inquinamento. La cottura, con le temperature che comporta, è un salvagente. E il gusto del mare si sente benissimo anche con un merluzzetto bollito. Basta che il pesce non sia sovrastato da aglio, salse pesanti, queste cose le diceva già Archestrato di Gela nel IV secolo a.C. e restano valide. Ma ai tempi suoi non c’erano i problemi di oggi: l’inquinamento dell’aria, delle acque, del suolo. Paradossalmente, non ci si fida più dell’acqua del rubinetto, sì invece delle doti traumaturgiche di un tonno crudo di ignota provenienza. Cose di un altro mondo, che definisco Crudistan. Dove si chiude il pasto con un carpaccio d’ananas (un nonsenso più che una porcata). Alla mia tavola, per convinzione, gusto e legittima difesa, è obbligatorio il mandato di cottura. Motto rivisitato: si vis piscem para focum.

Gianni Mura

Due presenti

Sfatiamo il mito che la musica italiana fa cagare.
Un paio regalini per rinfrescare le vostre torride giornate.

Afterhours – La vedova bianca

Giorgio Canali – Lezioni di poesia

Lode de la bastiema

Postare le poesie dialettali e popolari del tempo che fu mi fa giungere ad una riflessione.
Riflessione che riguarda la figura lessicale della bestemmia, e in particolare il suo potere di urtare la sensibilità di una certa categoria di persone.

Facciamo una premessa: non sono certo uno che bestemmia ogni due parole, ma ci sono situazioni (tipo la tangenziale bloccata quando devi andare ad un concerto per cui sei già in ritardo quindi devi prendere la deviazione che consiste in una stradina che fa un giro assurdo e che ovviamente è piena di macchine che vanno al tuo stesso concerto e che ti parcheggeranno davanti facendoti fare i chilometri a piedi sotto la pioggia battente e quindi stai in coda un’ora perdendoti completamente il primo gruppo dei due per cui hai pagato il biglietto. tipo.) ci sono situazioni, dicevo, che un porco me lo fanno uscire in sincerità.
Ciò non toglie, ed è una cosa che mi pare doveroso specificare, che io mi astenga dal bestemmiare se sono in prossimità di una persona a cui so per certo che tale pratica dà fastidio.

Tentiamo di analizzare il tipo di persona che la bestemmia ha il potere di far irritare: una persona religiosa, mi direte voi.
Giusto, ma con le dovute precisazioni.
Esistono infatti persone non credenti a cui la bestemmia dà fastidio.
Tale reazione si spiega – senza indagare troppo nei meandri della psiche umana – con il connaturato servilismo psicologico che gli italiani hanno nei confronti della chiesa e della religione in generale.
Quale differenza lessicale (e dunque quale differenza di grado di volgarità oggettiva) intercorre infatti tra una bestemmia e una qualsivoglia altra parolaccia, come “cazzo”, “porca troia”, “li mortacci”?
Non una, l’unica discriminante riguarda la percezione che noi abbiamo di essa, ed il cerchio si chiude.
Un’ulteriore riprova la si ha pensando a come la bestemmia intesa in senso lato, nelle versioni goddam o holy shit (per quanto sicuramente meno fantasiose delle nostrane) sia “tranquillamente” sdoganata nei Paesi angolofoni (non so, guardatevi Californication in lingua originale).
Ed il cerchio si richiude su se stesso.

Insomma: è profondamente sbagliato denunciare la bestemmia in sè, perchè oltre ad essere un portato del nostro passato (ciò significa che viene detta per “abitudine”, e non con lo scopo precipuo di offendere quellichesioffendono) è un semplice accostamento morfologico di termini.
Lo scandalo nasce semplicemente dall’irritazione che alcuni provano nel sentirla: come si spiegherebbe altrimenti che “vaccadì”, palese abbreviazione di “vaccadio”, non sia oggetto di biasimo quanto la giustapposizione di una divinità e di un qualsiasi animale?

Peraltro, se ogni volta che sento dire qualcosa che offende i miei valori mi dovessi inalberare, passerei la mia vita ad insultare la gente che parla di taggarsi su Facebook o degli ultimi risultati a pet sosaieti. Una volta in stazione, per dire, ho sentito due ragazze parlare di quanto sarebbe figo avere un amico gay che ti consiglia i vestiti da metterti.
E potrei paradossalmente offendermi ogni qualvolta qualcuno mi intima di non bestemmiare, ritenendolo un indiscriminato attacco alla mia libertà di pensiero, così come sancita dall’art. 21 della Costituzione (principio posto sullo stesso piano della libertà religiosa, che si sappia).

Quindi: chiudetevi nel vostro (magari malcelato) bigottismo e offendetevi pure nel sentire una bestemmia, ma tenetevelo per voi e non rompete il cazzo. Perchè è un problema vostro, non di chi la pronuncia.

Lode de la Scoresa

Come promesso qui, eccovela. Poesia pura.

Lode de la Scoresa
de Monaldo Tòdaro

Risposta de Tòdaro a la poesia
“La lode de l’ecelentissima merda”
de l’amigo Angelin Sartori

Carissimo amigo,
valente avocato,
na lode a la merda
con arte t’è fato,

t’è fato na lode
che val un tesoro:
te sì propio un vero
maestro del foro.

Mi ‘desso defendo,
pur sensa pretese,
le « gran maltratade »
vói dir le scorese.

La merda l’è merda
gh’è poco da dir,
l’è propio da stronsi
voler contradir,

ma almanco na rima
la andava ben spesa
par mètar sul piato
la pora scoresa.

La gente distinta
ghe dise porcon
a quel che scoresa:
No l’è educassion!

Mi so che a le sconte,
la gente educada,
la mòla de gusto
la so scoresada

metendo da parte
la bona creansa
parchè la scoresa
desgropa la pansa.

Me piase da mati
quel to sentimento:
che quando te caghi
te resti contento.

Ma ti, scoresando,
amigo Angelin,
più arioso e ligero
te vedi el destin.

Machè tranquilanti!
magnemo fasoi
e po’ scoresemo:
l’è qua che te voi!

La merda l’è merda
nissun te la toca.
Ma sì, l’è pressiosa
sia fresca o patoca,

l’è ‘l sal de la tera,
l’è forte, l’è varia,
ma l’è la scoresa
che domina l’aria.

D’acordo le merde
jè picole e grosse,
però, caro amigo,
ghe manca la vosse.

E se de le merde
ghe n’è tante specie
te cati scorese
par tute le récie.

Gh’è quela che tase:
bison star a l’erta
chè quela l’è propio
na brasa coèrta:

la nasse de sfroso,
la sloia a l’inglese,
la fa vègnar gialo
piassè de un cinese.

Gh’è quele dei bòcia
che jè ancora tate
le par che le g’àbia
la boca da late.

Gh’è quele che mòla
le fiole e le spose:
che jè ciaciarine,
che jè caprissiose.

Gh’è po’ le scorese
del bon manoval
che solo a sfiorarte
le pol farte mal.

I furbi avocati
g’à quele che spela
e par vègnar fora
le vòl la parcela.

E quele dei preti
le vien de scondon
lassando ne l’aria
na benedission.

Le sane scorese
tirà dai dotori
le tien le distanse,
l’è roba da siori.

Ma quele, purtropo,
del poro impiegato
passà el vintisete
le perde de scato.

Gh’è quele vestide
un po’ liquidete:
bison star atenti,
frenar le fissete:

infati i vecioti
dai prosi che perde
i tira scorese
ch’jè pèso de merde

e ne le mudande,
al posto del bol,
ghe sbrissia cagade
che impiena un parol.

Ma zà la scoresa
gaiarda e sovrana
l’è quela sincera,
l’è quela nostrana,

l’è quela che canta
che vola nel cel,
che quando l’è fissa
la sbrega el bavel.

Bison che dichiara,
par la precision,
che ‘l cul scoresando
no ‘l fa ondulassion:

no l’è gnente vera
che co na scoresa
te pol vègnar risso
sparando la spesa,

infati me nono
che aveva provà
da risso che l’era
‘l s’à tuto pelà.

L’è vera, par altro,
che sensa la boca
se pòl ben capirse
tirando na coca:

e che ciacolade
fa un proso da mul:
siben che jè sempre
discorsi da cul.

Infati zò a Roma
gh’è tanti bei siori
che i parla, i straparla
po’ i bèga tra lori

e i fa un gran casoto,
e i fa un gran sigàr,
ma dopo i g’à ‘l vissio
che i torna a parlar.

Sarìa la fortuna
del nostro Paese
se a boca serada
i tirasse scorese

creando ‘n ambiente
più vero e intonà,
vestendo de spussa
quel casso che i fa.

La merda l’è merda,
amigo avocato,
par questo rispeto
la gente de stato.

Capisso l’impegno,
le pétole, i sforsi,
le gran fadigasse
par farne…discorsi.

Adesso no i magna,
no i beve e no i dorme
pensando a la pila
par far….le riforme.

No so cì m’à dito
che i g’à la pretesa
da mètar na tassa
par ogni scoresa.

E qua me parmeto
de dirghe che i sbàlia,
sarìa la rovina
completa d’Italia:

Infati tassando
la vosse più onesta,
vòl dir pipolàrghe
quel poco che resta.

Te robo del tempo
par farme scoltar,
se ocor te gh’è prèssia
de andar…. a cagar.

E alora, concludo
con sié parolete;
le « gran maltratade »
le sia benedete!

Le canto e le scrivo
chè tuti i le lèsa.
E ‘desso, parmeti,
bison che scoresa.

IMERIO MARIOTTO IS ONE OF US!

Idolo.
IDOLO.
I-D-O-L-O.

BAHUAHUAHUAHUAHAHHAHAHAHUAHUAHUAHUAHUAHUAHUAHUA!!!!

Articolo